di Anna Fici
C’era
una volta un povero automobilista rimasto in panne in mezzo ad una strada. Così
ha inizio la nostra storia...
Messosi,
a piedi, alla ricerca di un meccanico, il pover’uomo trova finalmente
un’officina aperta. Il meccanico gli chiede dove sia la sua automobile ma il
nostro risponde che la macchina si è rifiutata di venire: è ferma in strada e
non c’è stato verso di farla ripartire per condurla fino lì. Aggiunge, inoltre,
che questa macchina, peraltro nuova, fin da quando è stata acquistata ha
manifestato delle stranezze.
Il
meccanico gli chiede di che stranezze stia parlando.
L’automobilista,
con l’espressione di uno che tema di essere preso per pazzo, confessa: “Ci sono
delle strade che si rifiuta drasticamente di imboccare. Si rifiuta di camminare
se a bordo ci sono certe persone che, evidentemente, non le piacciono. Funziona
solo con una determinata marca di carburante. Spesso il motore si imballa e il
consumo va alle stelle...”
Il
meccanico lo blocca e dice: “Credo di aver capito! Si tratta di un modello TV,
vero?”
L’automobilista
risponde di si, proprio quella è la sigla. Il concessionario gli ha detto che
TV significa turismo veloce. “È vero?” chiede al meccanico.
Questi
gli risponde: “Non proprio. TV significa Trusted Vehicle”.
“E
che significa Trusted Vehicle?” chiede l’automobilista.
“Significa
che la centralina, inglobata nel motore, ha comportamenti predefiniti in
fabbrica” risponde il meccanico.
L’automobilista
chiede allarmato se questi comportamenti prestabiliti non si possano
modificare.
Il
meccanico risponde che purtroppo non è possibile. Infatti la centralina è
inglobata nel motore e se questo viene manomesso la macchina non parte più.
Un
terzo signore che ha assistito alla conversazione tra i primi due interviene e
chiede se stiano parlando proprio dei Trusted Vehicle. Dice di conoscere la
soluzione al problema, di averla sperimentata in prima persona e di esserne
felicissimo. Ha, cioè, montato un motore GL che non fa uso della centralina TV.
“Ma
chissà quanto costa questo motore GL...” chiede l’automobilista.
A
parte il fatto che non costa niente – gli risponde il signore intervenuto – non
è la gratuità la sua maggior virtù. È il fatto di poter usare la propria
macchina come si vuole, secondo le proprie necessità”. L’automobilista allora
chiede: “Ma che vuol dire in effetti GL, gran lusso?”
“No
– gli risponde quel signore – Significa GRANDE LIBERTà o, se si preferisce, GNU-Linux”.
È questo il resoconto
scritto di un video reperibile su YouTube[1],
prodotto dallo GNU-Linux User Group di Catania[2]
e presentato sul sito dell’associazione il 19 Aprile 2008.
Finalmente assistiamo,
con questo video, ad uno sforzo comunicativo interessante da parte del mondo
della programmazione libera italiana nei confronti dell’utente comune.
L’idea
di immaginare un’automobile contraddistinta dalla sigla TV, che sta per Trusted
Vehicle, ha reso facilmente comprensibile a tutti quali sarebbero gli effetti
del Trusted Computing sui nostri Desktop, sui nostri portatili, sulle
tecnologie mobili che usiamo ogni giorno, come telefonini, lettori di file
musicali o video, e così via.
Ma
facciamo un ulteriore sforzo definitorio.
È
noto a tutti che ai computer è affidata una fetta sempre maggiore delle
informazioni cruciali che l’umanità, o anche il singolo individuo, detiene.
Proprio per questo, la loro sicurezza, la loro inviolabilità è interesse di
tutti. Ma l’obiettivo della sicurezza in questo campo non è facilmente
perseguibile, perché una considerevole parte dei costi dell’innovazione
continua che caratterizza questo settore, già da decenni viene sistematicamente
fatta pagare all’utente finale, attraverso la distribuzione gratuita di
versioni beta o la distribuzione a pagamento di versioni che non sono
ufficialmente beta ma che lo sono sostanzialmente. Ogni passo avanti nel campo
della produzione hardware orientata al mercato produce nuovi punti deboli, ogni
nuovo software o nuova versione di un software commerciale produce nuovi bug.
Tutto ciò non lascia indifferenti i produttori e i distributori di contenuti digitali.
Infatti, occasionalmente, anche loro possono venire danneggiati dall’insicurezza
dei sistemi multimediali.
Il
Trusted Computing rappresenta la soluzione che un gruppo di industrie, distinte
in promotrici, collaboranti e adottanti[3],
ha immaginato per risolvere a monte il problema della sicurezza. Come?
Costruendo delle tecnologie in cui hardware e software siano uniti nella
realizzazione di un compito di crittazione mediante il quale quelle tecnologie
si comporteranno secondo regole predeterminate dalle case produttrici, evitando
– così dicono – di esporsi a pericoli. Ma, come mostra il video prima
raccontato, ciò avverrebbe a danno della libertà e della privacy degli utenti
che subirebbero inoltre una perdita di status, passando da proprietari a
licensiatari delle proprie tecnologie. Se infatti una tecnologia si rifiutasse
di fare ciò che io voglio, in senso sostanziale non sarebbe più mia ed io sarei
soltanto il titolare di una licenza o contratto d’uso stipulato con le case
produttrici. Se attraverso il Trusted Computing ogni hardware sarà un tutt’uno
inscindibile con il suo software, io non sarò più titolare di licenze software
e proprietario dell’hardware, ma titolare di una licenza d’uso riguardante quel
certo artefatto tecnologico nel suo insieme. Inoltre, l’inscindibilità di
hardware e software potrebbe trasformare quegli artefatti tecnologici in
innovazioni potenzialmente brevettabili e ciò taglierebbe le gambe alla piccola
e media impresa, se già tali gambe non le fossero state tagliate dall’affermazione
del Trusted Computing come nuovo standard. La standardizzazione del Trusted
Computing, infatti, imporrebbe a chi vuole stare sul mercato e comunicare con
tutte le altre tecnologie di adottare il Trusted Computing, pena l’esclusione.
In questo scenario, il
presente volume si pone una domanda politica: cosa si potrebbe fare per indurre
i cittadini-utenti delle cosiddette nuove tecnologie, diseducati
dall’avvento di modalità di interazione user
friendly, ad interessarsi maggiormente di ciò che queste tecnologie
fanno realmente, di quali e quanti dei loro diritti violano, mentre rispondono
ad alcune loro esigenze?
Si è cercato di
rispondervi con un’ipotesi attiva, ossia concretamente con una simulazione
multiagente computer assistita che simula gli effetti di una propaganda anti
Trusted Computing. Ad essa però si è giunti dopo una difficile operazione di
traduzione. È stato cioè necessario tradurre sia le questioni di tipo tecnico
che le questioni di diritto in domande sociologiche.
Dal momento che il
Trusted Computing pone come centrale la questione della fiducia tra tutti noi e
l’industria hardware, software e dell’entertainment, anche noi non potevamo che
partire da una ricostruzione del ruolo che la sociologia ha assegnato alla
fiducia, per scoprire, in itinere – ed è questa la tesi di fondo sostenuta
all’interno del secondo capitolo del libro – che le riflessioni più
interessanti su questo tema sono rintracciabili all’interno della teoria della
razionalità limitata, di matrice economica, e all’interno della psicologia
cognitiva di taglio sperimentalista.
In una prospettiva più
ampia, possiamo dire che la società contemporanea è caratterizzata da una
crescente complessità, da una tendenza molto marcata alla iperspecializzazione
e da sovraccarico di informazioni. Non a caso Castells l’ha recentemente
definita come società dell’informazionalismo.
Il fattore decisivo,
nell’era dell’informazionalismo, non è più l’informazione, che aveva
caratterizzato la fase appena precedente[4],
bensì la capacità di selezione ed elaborazione dell’informazione stessa. Tale capacità
è da intendersi sia in senso cognitivo sia in senso strettamente tecnico. Chi
ne è dotato è oggi ai vertici del sistema sociale.
Corresponsabili
del grandissimo incremento di informazione pro capite per le popolazioni dei
paesi occidentali sono i cosiddetti nuovi media: le reti di computer, la
telefonia mobile, i palmari, i lettori multimediali… hanno sicuramente
contribuito a fare aumentare la quantità di informazione che ciascuno deve
elaborare ogni giorno.
In
questo contesto, le scelte quotidiane degli attori sociali in ogni campo sono
spesso caratterizzate dalla relazione con le scatole nere, rappresentate
da saperi particolari ed estranei, su cui non sono abili ad effettuare alcun
controllo. Un sempre maggior numero di scelte quotidiane, quindi, è oggi reso
possibile dai meccanismi della fiducia che, in assenza di completezza e
trasparenza delle informazioni necessarie ad una qualsiasi scelta, o in assenza
di capacità computazionali soggettive, intervengono rendendole comunque
possibili. Se questo è accettato come aproblematico quando ci si rapporta con
saperi come ad esempio le specializzazioni mediche, l’alta ingegneria, la
biogenetica lo è meno quando si parla di uso delle nuove tecnologie: in questo
campo, si fa molta più fatica ad ammettere socraticamente la propria ignoranza.
Ciò in quanto esse sono oramai entrate nella nostra vita quotidiana e non hanno
una sola funzione bensì coprono esigenze professionali, ludiche, di intrattenimento,
in ambienti sia privati che pubblici.
Nell’immaginario
collettivo i computer e i dispositivi digitali sono considerati di così diffuso
e aproblematico accesso che l’esserne esclusi viene automaticamente considerato
come un indicatore di marginalità socioculturale e, spesso, anche economica.
Come verrà illustrato nel sesto capitolo del presente volume, gli esclusi della
società occidentale contemporanea vivono l’esclusione con conflitto: taluni
sostenendo che l’uva è acerba, ossia che la tecnologia non è, dal loro
punto di vista, desiderabile (rende schiavi... rende complicate le cose
semplici... serve a fare ciò che si faceva anche prima senza di loro....)[5];
tal’altri come una vergogna da nascondere.
I
nuovi media sono entrati nel nostro quotidiano ed hanno acquisito
quest’immagine di aproblematica presenza con l’astuzia: usando cioè il
cavallo di Troia delle interfacce friendly che, mentre li rendevano così popolari,
inducevano gli utenti alla delega in bianco circa la comprensione dei loro meccanismi
di funzionamento.
Tutto
ciò è stato alimentato dall’ottimismo tecnologico che vede le nuove tecnologie
come capaci di operare ristrutturazioni cognitive ed organizzative sia nella
vita dei singoli che in quella della collettività.
Il
determinismo di segno positivo ha spostato l’interesse collettivo sugli effetti
delle nuove tecnologie, inducendo sia l’uomo della strada che lo scienziato
sociale a sottovalutare la prospettiva costruttivista. Questa avrebbe potuto
rivelarci la natura di costrutto sia delle tecnologie in sé, sia di nozioni
come rischio, sicurezza, fiducia, ad esse correlate.
Se
l’informatica fosse stata socializzata nei sui fondamenti, innanzi tutto nelle
scuole, come una lingua da saper leggere e scrivere, noi avremmo
potuto diffusamente esercitarne sia la langue che la parole,
avremmo potuto cioè usarla e ricrearla costantemente, su misura rispetto alle
nostre esigenze ed avere una maggiore capacità di valutazione delle qualità
intrinseche dei prodotti di questo settore industriale. Ma l’industria del
settore ha visto nelle interfacce user
friendly una vantaggiosa scorciatoia per la loro commercializzazione.
Ecco spiegato l’auspicio, che ha fatto da spunto per la scelta del titolo da
attribuire al volume: che possa cioè avvenire una inversione di tendenza nel
campo dell’educazione e – si badi bene – non dell’educazione ai media o con i media ma dell’educazione tout
court, capace di insegnare alle generazioni future le nuove modalità del leggere
e scrivere d’oggi: un leggere e scrivere che si innestano nel concetto
di accesso qualificato alle tecnologie di informazione e comunicazione.
Questo
è il contesto nel quale sono maturate da parte nostra alcune domande.
In
primo luogo, un approccio scientifico e sociologico a questi temi non ha forse
il dovere di problematizzare ciò che è stato costruito come aproblematico?
Inoltre, è possibile individuare una teoria unitaria della ricca e varia
fenomenologia dei nuovi media?
Riguardo
alla prima domanda, la nostra risposta è stata affermativa: la conoscenza
scientifica, a nostro avviso, è implicitamente critica[6].
Quanto
alla seconda, abbiamo ritenuto di individuare nella fiducia e nelle teorie
prodotte dalle scienze sociali in merito alla fiducia, il principale trait d’union della riflessione sui new
media.
La
nostra ricerca ha tratto spunto da un fatto assolutamente occasionale.
A partire dal 2006, il
Trusted Computing Group[7],
che comprende tutte le più importanti industrie di hardware, software e di
intrattenimento, ha inserito in ogni processore che può essere montato nei pc
così come in tutti i dispositivi digitali, un fritz chip, capace di controllare
attraverso il ricorso a sistemi crittografici molto complessi, tutti i nostri
dati. La ragione ufficialmente fornita è una maggiore garanzia di sicurezza per
i nostri dispositivi, resi così molto meno vulnerabili. In realtà, in questo
modo, il TCG potrà tenere costantemente sotto controllo le nostre licenze d’uso
relative a software o a contenuti digitali come musica, film, testi, impedendo a
monte il funzionamento di tutto ciò che non è coperto da copyright.
Attualmente, il fritz chip non è ancora stato attivato, soprattutto perché
l’Associazione che riunisce tutti i Garanti europei della privacy ne ha
sanzionato l’uso incondizionato.
Ma la nostra équipe di
ricerca ha deciso di partire proprio da qui: da un’analisi teorica ed empirica
delle dinamiche della fiducia nel rapporto tra attori sociali e nuove
tecnologie. Con questa analisi abbiamo inteso aprire una porta verso
quel lungo corridoio che raccorda le stanze occupate rispettivamente dalla
dimensione sociologica, da quella psicologica, educativa ed economica.
Questo volume raccoglie
quindi le prime e preliminari riflessioni sulle condizioni della raccordabilità
tra le suddette componenti di una teoria della fiducia adeguatamente complessa.
Ed arriva a fornire un primo abbozzo del raccordo auspicato, esprimendolo in un
modello simulativo, su cui si proseguirà la sperimentazione anche dopo la
pubblicazione del volume stesso.
Il disegno
della ricerca qui contenuta comprende:
· un primo capitolo in cui
si descrivono la genesi e la natura dei rischi informatici e dei
relativi rimedi;
· un secondo capitolo in
cui ci si dedica all’analisi teorica del problema della fiducia nel contesto
della scelta razionale;
· un terzo che prende in
considerazione le responsabilità dell’educazione ai media nella formazione di
capitale sociale e capacità critica;
· un quarto capitolo in cui
vengono presentati i principali approcci al tema dell’innovazione ed il ruolo giocato
dalla comunicazione interpersonale ai fini della sua adozione e diffusione;
· un quinto capitolo che
illustra i possibili rapporti teorici e metodologici tra la simulazione
multiagente computer assistita e lo studio dei processi di adozione di un’innovazione;
· un sesto capitolo,
infine, che presenta la ricerca empirica a monte della nostra simulazione
multiagente e la simulazione stessa.
Più
approfonditamente, all’interno del primo capitolo era necessario presentare i
problemi di cui ci saremmo occupate; problemi che, a loro volta, si pongono a
due diversi livelli: il livello occasionale e quello essenziale. Il primo è
quello relativo al possibile avvento dello standard fidato nel campo dei
rapporti con le nuove tecnologie; il secondo è quello delle asimmetrie
informative tipiche dell’overload of information contemporaneo e del relativo bisogno
di fiducia. Si è cercato di fare emergere, oltre le maglie del determinismo
tecnologico di segno positivo o negativo, una concezione socioculturale e
dinamica delle tecnologie che mediano la comunicazione umana, nel rispetto
anche della componente storicogenerativa (storia di idee, storia di politiche
industriali).
Il secondo capitolo
analizza il modo in cui la fiducia è stata trattata all’interno della tradizione
sociologica, economica e nel campo delle scienze psico-cognitive.
Optando
per un approccio di individualismo metodologico, ancorché debole, è stato
considerato il ruolo della fiducia nel contesto della scelta razionale, con
aperture ad alcuni contributi della sociologia delle emozioni (Elster), ed alla
teoria del prospetto di matrice psicologico-sperimentale (Kahenman e Tversky).
In particolare, la nozione di razionalità limitata (Simon, Elster) è
stata considerata ricca di conseguenze sulla concezione sociologica della
fiducia. È stato infatti rilevato, all’interno del capitolo, un problema di
regresso all’infinito nelle valutazioni atte a stabilire quale sia il più
idoneo punto d’arresto nel porsi dei limiti di fronte ad una scelta, da parte
dell’attore sociale, o nell’interpretare quelli già esistenti (di contesto). I
meccanismi di conseguimento della fiducia risultano essere, nella nostra
ipotesi, l’unica possibile risposta. Attraverso J.S. Coleman abbiamo individuato
due idealtipiche dimensioni della fiducia: la fiducia strumentale (che
in Coleman si concretizza nel ricorso a consiglieri) e la fiducia non strumentale
(che sempre in Coleman si concretizza nella ricerca di garanti). Ma una
teoria sufficientemente complessa che ambisca a spiegare la genesi dei
meccanismi fiduciari non può che essere, a nostro avviso, una teoria realmente
interdisciplinare. Ciò spiega il ricorso alla simulazione multiagente computer
assistita per la messa alla prova di alcune ipotesi relative ad una interdisciplinarietà
mirata all’analisi del seguente problema: se, quanto e in che
modo una popolazione diversificata per competenze ed interesse verso le
nuove tecnologie, sarebbe disponibile alla messa in discussione dei propri
saperi infotelematici, dopo essere stata investita da una propaganda anti-TC e
da una serie di interventi educativi critici nei confronti dello standard fidato.
Il terzo
capitolo analizza il contributo della teoria relazionale ai temi della fiducia
e del capitale sociale, partendo però da un autore poco noto nel contesto
italiano (D. Halpern), che distingue
tra tre diversi tipi di capitale sociale, bonding,
bridging e linking: Il primo
si riferisce alle reti sociali orientate verso l’interno e tendenti a
rinsaldare identità esclusive e gruppi omogenei; il secondo si riferisce a reti sociali
orizzontali orientate verso l’esterno, che collegano
persone appartenenti ad ambienti sociali diversi; il terzo, infine, collega le
persone attraverso relazioni di potere asimmetriche. Quest’ultimo
può essere sperimentalmente considerato come una forma
particolare di captale sociale bridging, riguardante il potere. È una sorta di
ponte verticale tra poteri e risorse asimmetriche [Halpern 2005: 19-25].
Attraverso questa distinzione, che scongiura ogni approccio
valutativo al capitale sociale, si guarda alla costruzione della fiducia a
supporto di vari tipi di scelte come ad un equilibrio dinamico tra legami
interni, legami tra contesti e giochi di potere.
Sempre all’interno del terzo capitolo, si affronta il tema del
rapporto tra educazione e capitale sociale. In particolare, vi si sostiene che
la Media Education,
possa favorire la produzione di un capitale di conoscenze che rendano sempre
meno necessaria la delega e sempre più vigile e critico il rapporto con i legami
interni al proprio gruppo di riferimento primario e con il potere. A tal fine,
però, occorre ripercorrere la storia di quest’ambito disciplinare
intrinsecamente ibrido, evidenziandone gli errori di impostazione e
riconvertendolo in
un’ottica di formazione continua. Qui
si auspica infatti che la Media Education abbandoni del tutto l’originaria
prospettiva strumentale e cominci a pensare al rapporto con i media come al
linguaggio della democrazia nei contesti postmoderni.
Il quarto ed il quinto capitolo affrontano il tema
dell’innovazione e del suo rapporto con il sistema sociale.
Mentre il quarto ripercorre il modo in cui
il concetto di innovazione è stato definito in letteratura e le
molteplici classificazioni che le scienze sociali ne hanno fornito, il quinto
passa in rassegna i metodi con cui più frequentemente ne è stato studiato il
processo di adozione, soffermandosi su alcuni studi simulativi. Questi ultimi,
infatti, si sono rivelati particolarmente adatti a studiare il passaggio dai singoli
processi di adozione individuale di un’innovazione - processi che, a loro
volta, risultano condizionati dalle interazioni
tra gli individui a livello micro sociale - alla loro aggregazione
osservabile a livello macrosociale. Presentando i vantaggi che il metodo
simulativo offre all’analisi del rapporto tra dimensione microsociale e macrosociale,
di cui l’adozione generalizzata di un’innovazione rappresenta un felice
esempio, si giunge a definire l’eventuale disponibilità al passaggio a sistemi
non trusted, come una forma di innovazione preventiva, ossia, stando a
Rogers, l’insieme di alcune
nuove idee che richiedono un’azione in un certo
arco di tempo, al fine di evitare che si verifichino conseguenze indesiderate
in un certo tempo futuro [Rogers
2002: 2].
Il sesto
capitolo presenta la ricerca che ha costituito l’antefatto della nostra
simulazione e la simulazione stessa.
Mediante
il ricorso a interviste semistrutturate, focus group ed osservazione
partecipante, abbiamo delineato sei profili tipici che distinguono gli attori
sociali in merito al loro rapporto con le nuove tecnologie. Con riferimento ad
un lavoro etnografico da me precedentemente condotto [Fici 2004] tra le comunità hacker italiane, ho distinto tre idealtipi
di hacker, ossia di attori sociali particolarmente competenti e critici nei
confronti dei saperi mainstream del settore. A questi, mediante focus e
interviste, abbiamo aggiunto altri tre idealtipi, nell’insieme corrispondenti a
ciò che astrattamente compone la nozione di utenza comune: gli agenti
con approccio innovativo, gli agenti con approccio conservativo-routinario, gli
agenti digital divisi, che non hanno accesso alle nuove tecnologie o ne fanno
un uso sporadico ed elementare.
I sei tipi
di agenti così definiti sono diventati, in una ulteriore fase della nostra
ricerca, i protagonisti di una simulazione multiagente computer assistita in
cui si studia il ruolo della fiducia nella disponibilità o meno a rimettere in
crisi saperi e pratiche in merito alle nuove tecnologie.
Il modello
simulativo è stato costruito tenendo conto della dimensione produttiva
delle emozioni, ossia della loro capacità di produrre effetti che
interferiscono con la produzione sociale di senso che, a sua volta, orienta le
scelte degli attori sociali. Inoltre, sono stati recepiti dal modello alcuni effetti
sperimentati da Kahenman e Tversky, quali l’avversione alle perdite e l’effetto
dotazione.
Prima di
giungere ad una versione definitiva, ancorché ancora ampiamente sperimentabile,
del modello simulativo, sono state prodotte alcune versioni prova. In
particolare, la differenza tra i primi modelli e l’ultimo è stata feconda, per
le riflessioni che ci ha consentito di fare in merito alla gestione
dell’interdisciplinarietà. Come verrà, infatti, illustrato all’interno del
capitolo e nelle conclusioni al libro, se la fiducia ha anche una rilevante
componente emotiva, e se essa è catalizzata o inibita da altre emozioni come il
bisogno di sicurezza, stabilità, prevedibilità del domani, o la paura di ciò
che viene rivelato, l’ansia verso ciò che non si conosce, occorre formulare
delle ipotesi circa le capacità produttive delle emozioni, ossia su
quale possa essere il loro contributo al determinarsi delle scelte di livello
individuale e, conseguentemente, sociale.
Si è in
ultimo cercato di risintetizzare i raccordi tra analisi teoriche e scelte
relative alla parte empirica. Quest’ultima – ne siamo consapevoli – in questa
sede, essa è solo abbozzata. Il presente volume ha infatti privilegiato tutto
ciò che, necessariamente, sta a monte della produzione simulativa. D’altra parte,
con esso, intendevamo, come già espresso prima, aprire una porta e dare l’avvio
ad un filone di studi. Speriamo così di contribuire, nel medio e lungo termine,
a quel sapere cumulativo che è ciò che fa avanzare la conoscenza, dando senso
alla nostra impresa.
[1]
http://it.youtube.com/watch?v=_Q0kASug9Qc.
[2] http://catania.linux.it/.
[3]
http://www.trustedcomputinggroup.org/about/members/.
[4] O società
dell’informazione, in cui la produzione di informazione si era sostituita a
quella dei beni materiali [Fici 2004].
[5] Sono solo alcune delle considerazioni raccolte,
mediante delle interviste, tra soggetti che non fanno quasi nessun uso delle
nuove tecnologie. Torneremo a parlarne nell'ambito del sesto capitolo, in cui
verrà illustrata la ricerca empirica che sta alla base della simulazione
multiagente da noi realizzata.
[6] È opportuno distinguere, a questo riguardo, due
diverse tradizioni critiche: da un lato quella della nota scuola di
Francoforte, dall’altra quella del neopositivismo logico, rappresentata
principalmente da Popper. La prima ha inglobato la prospettiva critica in una weltanschauung valutativa, coerente
con la prospettiva politica e soprattutto ideologica del marxismo critico. La
seconda ha inteso soprattutto descrivere a posteriori una prospettiva epistemologica
costruttiva e proficua per la scienza. È soprattutto a quest'ultima che si fa
qui riferimento e si tende, anche se il nostro lavoro parte, come è già stato
detto, da una domanda in senso lato politica.
[7] D'ora in avanti TCG.